Socially Symbolic Acts. The Historicizing Fictions of Umberto Eco, Vincenzo Consolo and Antonio Tabucchi
Joseph Francese

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Cosa avranno mai in comune l’astuto Umberto Eco, l’omerico Vincenzo Consolo e l’impegnato Antonio Tabucchi? Ce lo spiega Joseph Francese in questo suo ultimo e densissimo libro. Riprendendo la terminologia di Jameson, le diverse opere dei tre scrittori sono tutte “socially symbolic acts”. Si tratta cioè di espressioni immaginarie, estetiche, dei conflitti socio-politici reali, capaci di storicizzare in modo più o meno adeguato il nostro travagliato presente (16).

Spaziando con sicurezza tra romanzi, testi saggistici e opere pubblicate insieme a testi visivi (e questa almeno per Tabucchi è quasi una novità), Francese è sempre attento a tre aspetti: il ruolo che i diversi scrittori affidano alla letteratura nella società; la natura dell’artificio letterario; il decentramento del locus della narrazione.

La prima macrosezione, a sua volta suddivisa in capitoletti, è dedicata a Eco, la seconda a Tabucchi. Con un rapido intermezzo: Vincenzo Consolo.

Sin dall’inizio, Consolo e Tabucchi, accomunati dalla volontà di dialogo con il mondo, appaiono il modello positivo rispetto a Eco, autoreferenziale e abile stratega del marketing. Viene così alla ribalta il compito assegnato da Francese alla letteratura: la capacità d’intervento nei dibattiti del tempo. Concezione, questa, già esposta dal critico nel suo libro precedente (Narrating Postmodern Space and Time, New Albany: State University of New York Press, 1997), in cui lo stesso Tabucchi era apprezzato come rappresentante di un’arte protesa verso una relazione dialettica con il tempo e lo spazio.

Nel capitolo riservato a Eco, Francese dimostra come i suoi cinque romanzi, analizzati singolarmente, sono sfaccettature differenti di una stessa pratica scrittoria (29), che diverge radicalmente dalle posizioni saggistiche. A dispetto delle rivendicazioni in sede critica sulla necessità per l’autore di distanziarsi dal proprio testo, nei libri la voce autoriale di Eco è così consistente da indirizzare in modo univoco la lettura. Quasi fossero autentiche “opere a tesi” (42).

Secondo Francese, alla fine della lettura di Eco il Lettore Modello si sente confortato. Perché vede riaffermati nella società il ruolo predominante per l’uomo e quello subalterno per la donna, di cui egli ha già fatto esperienza nell’infanzia (58). Ecco: siamo arrivati alla parte più rigorosamente psicanalitica e meno convincente del libro di Francese. Con eccessiva minuzia, il critico giunge a radiografare tutti i protagonisti dei romanzi di Eco all’insegna del complesso edipico.

Dalla letteratura “tautologica” di Eco (30) Francese passa rapidamente, ma con taglio incisivo, alla poetica di Consolo, stretta tra recupero del passato e desiderio di cambiamento. Di grande interesse è l’accostamento proposto da Francese tra la prosa difficile di Consolo e il “Cinema di Poesia” di Pasolini. Per comunicare con una società soggiogata dai media, scelgono entrambi un linguaggio non comunicativo, bensì poetico (158).

Tuttavia, l’aspetto più notevole dell’intermezzo è l’attenzione rivolta da Francese ai testi scritti da Consolo per accompagnare raccolte pittoriche o fotografiche. Da un lato, questi ekphrastic nóstoi (e la definizione è tra le più efficaci) recuperano i segni materiali della civiltà siciliana; dall’altro, con l’intreccio di parola e immagine, essi indeboliscono la soggettività narrativa centripeta a favore di una pluralità narrante (165-67). Da qui il romanzo successivo, Retablo, adotta una prospettiva narrativa decentrata e frammentata, sull’esempio del trittico cui rimanda il titolo. Per ricostruire la storia, il lettore è chiamato allora a un’attiva collaborazione (173). Sempre attento alla teoria della ricezione, Francese ritorna più volte su quest’aspetto e lo oppone al ruolo passivo, che spetta al lettore nei testi già codificati di Eco.

Alle opere ibride di testo e immagine partecipa anche Tabucchi, protagonista dell’ultima e più riuscita sezione del libro di Francese. Con un approccio inedito e fecondo, Francese legge gli scritti di ekphrasis, ancora poco indagati dalla critica, come un momento imprescindibile (insieme alla stesura de I dialoghi mancati) per la maturazione artistica di Tabucchi. Dall’intensa collaborazione con diversi artisti (soprattutto con Pericoli) avvenuta nell’intervallo tra Il filo dell’orizzonte e L’angelo nero, lo scrittore toscano trae l’idea di una prospettiva nuova, capace di decentrare i soggetti della narrazione e di fargli osservare se stesso come se fosse “l’altro”, prospettiva che trova applicazione nei lavori degli anni ’90 (192).

Decentrata e polifonica, la scrittura di Tabucchi è anche costruita su immagini-tempo à la Deleuze, come dimostra Si sta facendo sempre più tardi (217). Trionfa la dimensione qualitativa del tempo, in cui tutto è discontinuo e soggetto a cambiamenti imprevedibili. È, questa, una delle intuizioni più suggestive di Francese, che peraltro trova riscontro nell’importanza strutturale che il cinema ha avuto per Tabucchi sin dall’esordio di Piazza d’Italia, costruito sul montaggio eisensteiniano.

Con l’ultima opera di Tabucchi, Tristano muore, che Francese analizza con un’illuminante attenzione agli intertesti filmici (su tutti Via col vento e il western Shane), assistiamo a un cambio di rotta rispetto alla fase precedente. Il soggetto della narrazione non è più decentrato. Dal “rimorso”, che inquietava I dialoghi mancati e Si sta facendo sempre più tardi, si passa al “rimpianto” (221).

Chiude il libro un breve epilogo, in cui il recente romanzo di Eco, La misteriosa fiamma della Regina Loana, è messo a confronto con Tristano muore. Pur nella somiglianza dei temi (la storia d’Italia, la malattia dei protagonisti), la distanza fra le opere è siderale. Mentre Eco azzera la dialettica fra dentro e fuori e raggiunge l’apice del “narcissistic autoeroticism” (249), Tabucchi concepisce la scrittura come un percorso dal soggetto della narrazione verso l’altro, verso il mondo. Proprio su tale assunto è ritornato da poco lo scrittore toscano nel suo Éloge de la littérature (“Italies” N.S. (2007), 17-25), testo ancora inedito all’uscita del libro di Francese.

Dalla breve sintesi proposta emerge come Socially Symbolic Acts poggi su una singolare scissione. Laddove il fin troppo lungo capitolo dedicato a Eco raggiunge esiti non sempre felici (conseguenza anche della manifesta idiosincrasia di Francese per lo scrittore), il breve intermezzo su Consolo e la successiva sezione su Tabucchi riservano invece fertili epifanie. Solo qualche prolissità e alcuni andirivieni inficiano talvolta il capitolo tabucchiano, cosicché le osservazioni importanti rischiano di perdersi nel magma di parole. Peccati veniali? Sicuramente sì, per un libro acuto e di ampio respiro.

Thea Rimini, Scuola Normale Superiore di Pisa, Italian Bookshelf

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